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Trib. di Roma, Ordinanza n. 75581 del 20.07.2017, M. L. C. (avv.ti Michelangelo Salvagni e Giulia Ausili) c. Agenzia E. (avv.ra dello Stato)

Pubblico impiego – ammissibilità del rito Fornero – tutele art. 18 Stat. Lav. ante Fornero – insussistenza della giusta causa posta a fondamento del provvedimento disciplinare – illegittimità del licenziamento

(a cura dell’Avv. Barbara Mastrorilli)

Con pronuncia del 20.07.2017, il Tribunale di Roma ha accolto il ricorso ex art. 1, comma 48, L. 92/2012, presentato da una lavoratrice dipendente di un ente pubblico, condannando parte datoriale a reintegrarla nel posto di lavoro precedentemente occupato, nonché al pagamento di tutte le retribuzioni medio tempore maturate dalla data dell’illegittimo licenziamento sino a quella dell’effettiva reintegra, oltre al versamento dei contributi previdenziali ed assistenziali.

La vicenda giudiziaria presenta almeno tre profili di notevole interesse, in particolare: a) l’applicazione del rito Fornero ai dipendenti pubblici; b) l’applicazione delle tutele di cui all’art. 18 Stat. Lav. ante riforma Fornero al pubblico impiego privatizzato; c) la non provata sussistenza della giusta causa posta a fondamento del provvedimento disciplinare.

Con riguardo al primo dei suddetti aspetti, è meritevole di approfondimento la questione dell’applicazione del rito Fornero alle cause del pubblico impiego privatizzato, evidenziandosi che il Tribunale di Roma ha disatteso l’eccezione principale dell'Agenzia convenuta, consistente nella richiesta di inammissibilità del ricorso per erronea individuazione del rito applicabile, affermando: “rilevato che in applicazione del più recente indirizzo giurisprudenziale espresso dalla Suprema Corte di Cassazione con la sentenza del 9 giugno 2016, n. 11868 non è necessario disporre il mutamento del rito processuale”.

Con riferimento al secondo dei motivi sopraindicati, deve premettersi che il licenziamento intimato a parte ricorrente rientra nella sfera dei licenziamenti del pubblico impiego privatizzato. Nonostante dopo la Riforma Fornero, si siano poste serie questioni in dottrina e in giurisprudenza in ordine all’applicabilità o meno del nuovo art. 18 Statuto dei Lavoratori al pubblico impiego privatizzato, da ultimo la già citata Corte di Cassazione ha statuito che “ai dipendenti della pubblica amministrazione non si applicano le modifiche apportate dalla Legge Fornero all’art. 18 dello Statuto dei lavoratori” fino a un “intervento normativo di armonizzazione(Cass. civ., sez. lav., 09.06.2016, n. 11868), sul presupposto che la formulazione dell’art.18, così come modificato dalla Legge Fornero, introduce una modulazione delle sanzioni con riferimento ad ipotesi di illegittimità pensate in relazione al solo lavoro privato, che non si prestano ad essere estese all’impiego pubblico contrattualizzato. Il Tribunale di Roma, pronunciandosi in conformità con la Suprema Corte, ha altresì ritenuto non applicabile la recente disciplina introdotta da D. Lgs. 75/2017, intervenuta successivamente alla data del licenziamento della lavoratrice, sia perché nulla viene previsto sulla retroattività della novella, sia perché “l’art. 21 del citato D. Lgs. di modifica dell’art. 63 D. Lgs. 165/2001 contiene anche la disciplina sostanziale degli effetti delle pronunce di annullamento dei licenziamenti e quindi non può che disporre per il futuro”.

Nel merito, si rileva che il Tribunale di Roma ha accolto il ricorso della ricorrente, avente ad oggetto l'impugnazione del licenziamento intimato ai sensi dell'art. 55 quater, commi 1 - lett. A) e 3 del D.lgs. 165/2001 per “giustificazione dell'assenza dal servizio mediante una certificazione medica falsa o che attesta falsamente uno stato di malattia”. Tale statuizione si basa sul fatto che, alla luce dei certificati medici prodotti nel corso del giudizio, risultano provati sia gli interventi medici subiti dalla ricorrente, sia le necessarie terapie riabilitative prescritte alla lavoratrice; inoltre, a seguito dell’escussione dei testi, non sono emersi in corso di causa elementi probatori da cui far derivare che i certificati medici redatti dal medico curante della ricorrente e posti a fondamento dell’illecito disciplinare contestato dal datore di lavoro siano non veritieri.

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