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Nota a Cassazione Civile, Sezioni Unite, n. 27093/2017 n. 27093 Presidente: Canzio -  Relatore: Lucia Tria

Regime Contributivo in caso di indennità di trasferta e “trasferisti”

Segnalazione di una sentenza ben motivata che non si limita ad enunciare il principio di diritto ma consente al lettore di avere un quadro, chiaro, della normativa (raro esempio di esercizio della nomofilachia da parte della Suprema Corte)

 

A cura dell'avv. Giandomenico Catalano

 

Negli anni più recenti in cui la parola d’ordine è la sinteticità e la semplificazione, nonché la riduzione dell’arretrato della Corte anche a costo di ridurre i diritti di difesa delle parti ponendo limiti innaturali alla impugnazione delle sentenze, e le sentenze di cassazione sono spesso ridotte a poche righe nelle quali i giudici tendono ad individuare vizi di inammissibilità pur di non pronunciarsi sul merito della questione, nonostante il chiaro disposto dell’art.  363  c.p.c. sull’enunciazione del principio di diritto nell’interesse della legge e la funzione di nomofilachia affidata alla Corte di Cassazione, fa molto piacere leggere una sentenza così ben motivata e poterla segnalare ai colleghi.

La questione esaminata dalla Corte invero era alquanto complessa, essendo la Corte invitata a valutare la natura interpretativa e la portata della norma di cui all’art. 7-quinquies del D.L. n. 193 del 2016 (convertito dalla L. 1 dicembre 2016, n. 225), autoqualificata di "interpretazione autentica" del comma 6 dell'art. 51 del TUIR, ma le Sezioni Unite hanno colto l’occasione per ripercorrere oltre trent’anni di successione di norme e di intepretazioni della Cassazione non sempre univoche e concordanti, dando al lettore un quadro chiaro ai fini dell’applicazione della retribuzione imponibile e dunque del regime contributivo applicabile alle indennità corrisposte dal datore di lavoro ai dipendenti che prestano la loro opera al di fuori della sede dell'impresa e dunque alle diverse ipotesi di erogazione di indennità di trasferta ovvero di contratto di “trasferisti”.

La Corte allarga il thema decidendum ed individua il problema da risolvere nella decisione da prendere sul trattamento contributivo da applicare in concreto alle indennità corrisposte dalla ditta ricorrente ai dipendenti sia quello previsto per i "trasfertisti occasionali" dal D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, art. 51, comma 5, (Testo unico delle imposte sui redditi - TUIR) oppure quello stabilito per i "trasferisti abituali" dall'art. 51, comma 6, del TUIR, sul quale è intervenuto il contestato jus superveniens.

A tal fine la Corte opera una sintetica ma adeguata ricostruzione della giurisprudenza e dei principali interventi legislativi in materia, partendo dal regime introdotto dalla L. 30 aprile 1969, n. 153, art. 12, nel suo testo originario, più volte modificato ed integrato, dapprima con la L. 4 agosto 1984, n. 467 (art. 11) che  aveva introdotto una specifica e nuova disciplina per una particolare categoria di trasfertisti, cioè i dipendenti da imprese di autotrasporto, escludendo dalla retribuzione imponibile per il calcolo dei contributi ai sensi della L. n. 153 del 1969 (art. 12), l'indennità di trasferta "anche se corrisposta con carattere di continuità", stabilendo che essa poteva rientrarvi solo nei limiti di una quota determinata annualmente con decreto del Ministro del lavoro.

La norma speciale è stata poi ampliata nell’ambito di applicazione e “generalizzata” con il D.L. 29 marzo 1991, n. 103, art. 9-ter, introdotto in sede di conversione dalla L. 1 giugno 1991, n. 166, che, in via di "interpretazione autentica" della L. n. 153 del 1969, art. 12, ha stabilito che questa norma dovesse essere intesa nel senso che nella diaria o nell'indennità di trasferta - in base alla norma interpretata, corrisposte "in cifra fissa" ed incluse nella retribuzione imponibile limitatamente al 50 per cento del loro ammontare dovevano ricomprendersi pure le indennità spettanti ai lavoratori tenuti per contratto ad una attività lavorativa in luoghi variabili e sempre diversi da quello della sede aziendale, "anche se corrisposte con carattere di continuità".

Successivamente con il D.Lgs. 2 settembre 1997, n. 314 sono state apportate modifiche sia all’ art. 12 della L. n. 153 del 1969, che all'art. 48 del TUIR - con la conseguente determinazione del reddito da lavoro dipendente ai fini contributivi attraverso il riferimento alla disciplina fiscale di cui all'art. 46, comma 1, del TUIR, ed è stato introdotto (commi 5 e 6 dell'art. 48 TUIR come novellato dall'art. 3 cit.) un regime contributivo delle indennità di trasferta, rimasto sostanzialmente invariato anche con l'entrata in vigore della riforma del sistema tributario, di cui al D.Lgs. 12 dicembre 2003, n. 344, tradottasi in un complesso di incisive innovazioni introdotte nel TUIR.

Nell’esaminare poi la norma introdotta nel 2016, la Corte riconosce che “alla luce dei riportati passaggi della lunga storia della questione relativa alla determinazione del trattamento contributivo dei compensi per la trasferta, non si può certamente dire che la giurisprudenza di questa Corte in materia si sia sviluppata in modo lineare e univoco nonchè armonico rispetto alle posizioni delle Amministrazioni del settore, come si riconosce anche nell'ordinanza di rimessione della Sezione Lavoro” ed esamina i precedenti specifici individuandone le criticità, per arrivare ad “escludere che la decisione del legislatore di intervenire con norma retroattiva sia contestabile”.

Nella motivazione della sentenza si apprezza anche il richiamo della giurisprudenza della Corte Costituzionale sulle norme di interpretazione autentica, ritenute legittime anche laddove si riconosce efficacia retroattiva se non palesemente irragionevoli e non in contrasto con i principi stabiliti dalle Corti Europee.

La sentenza è troppo ampia e densa per poter essere riassunta in poche righe, per cui non possiamo che invitare ad un’attenta lettura, limitandoci a richiamare i principi di diritto enunciati, pur decidendo la causa anche nel merito:

1) "in materia di trattamento contributivo dell'indennità di trasferta, alla stregua dei criteri di interpretazione letterale, storica, logico-sistematica e teleologica, l'espressione "anche se corrisposta con carattere di continuità" - presente sia nella L. 4 agosto 1984, n. 467, art. 11 sia nel vigente art. 51, comma 6, del TUIR (così come nel comma 6 dell'art. 48 del TUIR, nel testo risultante dalle modifiche introdotte dal D.Lgs. 2 settembre 1997, n. 314) - deve essere intesa, nel senso che l'eventuale continuatività della corresponsione del compenso per la trasferta non ne modifica l'assoggettabilità al regime contributivo (e fiscale) meno gravoso (di quello stabilito in via generale per la retribuzione imponibile), rispettivamente previsto dalle citate disposizioni";

2) "il D.L. 22 ottobre 2016, n. 193, art. 7-quinquies (convertito dalla L. 1 dicembre 2016, n. 225) - che ha introdotto una norma retroattiva autoqualificata di "interpretazione autentica" del comma 6 dell'art. 51 del TUIR, con la quale ha stabilito (comma 1) che i lavoratori rientranti nella disciplina prevista dal suddetto comma 6 sono quelli per i quali sussistono contestualmente le seguenti tre condizioni: a) la mancata indicazione, nel contratto o nella lettera di assunzione, della sede di lavoro; b) lo svolgimento di un'attività lavorativa che richiede la continua mobilità del dipendente; c) la corresponsione al dipendente, in relazione allo svolgimento dell'attività lavorativa in luoghi sempre variabili e diversi, di un'indennità o maggiorazione di retribuzione "in misura fissa", attribuite senza distinguere se il dipendente si è effettivamente recato in trasferta e dove la stessa si è svolta, aggiungendo che, in caso di mancata contestuale esistenza delle suindicate condizioni, è riconosciuto il trattamento previsto per le indennità di trasferta di cui al comma 5 del medesimo art. 51 - risulta conforme ai principi costituzionali di ragionevolezza e di tutela del legittimo affidamento nella certezza delle situazioni giuridiche, oltre che all'art. 117 Cost., comma 1, sotto il profilo del principio di preminenza del diritto e di quello del processo equo, consacrati nell'art. 6 della CEDU. Infatti, tale norma retroattiva ha attribuito alla norma interpretata un significato non solo compatibile con il suo tenore letterale ma più aderente alla originaria volontà del legislatore, con la finalità di porre rimedio ad una situazione di oggettiva incertezza del dato normativo, determinata da un persistente contrasto tra la giurisprudenza di legittimità, le Pubbliche Amministrazioni del settore e la variegata giurisprudenza di merito".

 

 

 

 

 

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