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a cura dell’Avv. Angela Pomettini

Artt. 60, c. 1, ult. per. Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, ratificata dall'Italia L. 27 giugno 2013 n° 77; Art. 14, lt. b) D.lgs. 251/2007 Normativa comunitaria relativa all’accoglienza dei richiedenti protezione internazionale; art. 3, c. 3, lt. a) D.lgs. 251/2007; art. 8, c. 3 D.lgs. 25/2008.

La Cassazione accoglie il ricorso di una donna marocchina (sentenza 12333) vittima da anni di abusi e violenze da parte del marito, proseguiti anche dopo il divorzio. L’ex marito era stato “punito” nel suo paese, quasi con una “pacca” sulla spalla: solo con tre mesi di reclusione, con sospensione condizionale della pena.

In Italia la Commissione territoriale aveva negato alla signora il riconoscimento della protezione internazionale, con una decisione avallata sia dal Tribunale sia dalla Corte d’Appello, malgrado il suo timore di subire di nuovo delle violenze dopo il rientro in patria. Secondo la corte territoriale, il caso della ricorrente non consentiva l’applicazione dalla protezione internazionale perché si trattava di una vicenda che restava “confinata” nell’ambito del rapporto con il proprio coniuge. Né si poteva dire che lo Stato d’origine fosse rimasto totalmente inerte, avendo consentito alla donna di divorziare e condannando l’uomo in sede penale. Inoltre i giudici avevano valorizzato l’appoggio che la donna aveva trovato nella sua famiglia d’origine: i genitori l’avevano, infatti, accompagnata quando aveva sporto querela.

Per la Cassazione la Corte d’Appello ha sbagliato. Quanto accaduto alla ricorrente deve essere qualificato come forma di violenza domestica, prevista dalla Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza sulle donne.

La norma sovranazionale riconduce tale forma di violenza nell’ambito dei trattamenti inumani e degradanti, condizioni che consente il riconoscimento della protezione richiesta dalla ricorrente.

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