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(avv.ti Eugenia Barone Adesi e Giandomenico Catalano )

La sentenza delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, n. 7951/2016, merita di essere segnalata soprattutto perché, ricordando il fondamentale ruolo di nomofilachia della Suprema Corte, i giudici di piazza Cavour pur prendendo atto della sopravvenuta carenza d’interesse del ricorrente, nelle more del giudizio (neanche troppo lungo, 5 anni per i tre gradi e con rinvio alla Corte Costituzionale) divenuto cittadino italiano, hanno applicato l’ art. 363 c.p.c., ed affermato il conseguente  principio di diritto.
Hanno così statuito che: E’ discriminatorio il comportamento della P.A. che inserisca tra i requisiti per l'accesso ad un bando di selezione di volontari da impiegare in progetti di servizio civile nazionale il possesso della cittadinanza italiana; avverso tale condotta, il soggetto leso può promuovere l'azione di cui all'art. 44, D.Lgs. 286/1998.
Detta decisione prende le mosse dalla decisione della Corte Costituzionale, sollecitata proprio dalle suddette Sezioni Unite nel medesimo giudizio, con l’ordinanza n. 20661 del 1.10.2014, anch’essa meritevole di esame ed approfondimento.
La Corte ha sollevato la questione di legittimità costituzionale dell'art. 3, c. 1 D.Lgs. 77/2002, in relazione agli artt. 2, 3 e 76 Cost.
La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 119/2015, ha dichiarato non fondata la questione sollevata in relazione all'art. 76 Cost.. Sebbene, infatti, la Legge delega 64/2001, all'art. 2, c. 3, lt. a) stabilisse che i decreti dovessero essere emanati secondo il criterio di «ammissione al servizio civile volontario di uomini e donne sulla base di requisiti oggettivi e non discriminatori, nei limiti delle disponibilita' finanziarie previste annualmente», la Corte non ha ravvisato una violazione del suddetto articolo. A detta del Collegio, considerato il tenore letterale della disposizione e la genesi della norma che trasformava il servizio di leva obbligatorio in volontario ed aperto alle donne, il requisito richiamato era stato introdotto per evitare discriminazioni di "genere".
Di talché, la limitazione dell'accesso al servizio civile ai soli cittadini italiani non è in contrasto con la legge delega.
Al contrario, la Corte Costituzionale ha ritenuto fondata la questione di legittimità in relazione agli artt. 2 e 3 Cost.. Sul punto ha evidenziato che, a seguito delle ultime riforme, lo scopo del servizio di leva fosse stato rinnovato: è intervenuta infatti una trasformazione del concetto di "difesa della patria", da principio esclusivamente bellico a più ampia nozione di protezione, per mezzo altresì di servizio civile non armato, di sviluppo della solidarietà e della cooperazione anche internazionale. In ragione di tale trasformazione, l'art. 52 Cost. va letto, secondo la ricostruzione della Corte, in combinato disposto con l'art. 2 Cost., dunque in ragione dei principi di solidarietà sociale (come già affermato dalla stessa Corte nella sentenza n. 309/2013).
Aggiungeva la Corte che la difesa del patrimonio artistico e culturale del paese, lo sviluppo di attività solidaristiche e di cooperazione nazionale ed internazionale rappresentassero una effettiva opportunità di integrazione, sicché l'esclusione degli stranieri regolarmente soggiornanti risulterebbe irragionevole, anche alla luce del disposto normativo dell'art. 2, c. 2 del D.Lgs. 286/1998 che assicura allo «straniero regolarmente soggiornante nel territorio dello Stato gode dei diritti in materia civile attribuiti al cittadino italiano».
Concludeva la Corte affermando che «l’esclusione dei cittadini stranieri dalla possibilità di prestare il servizio civile nazionale, impedendo loro di concorrere a realizzare progetti di utilità sociale e, di conseguenza, di sviluppare il valore del servizio a favore del bene comune, comporta dunque un’ingiustificata limitazione al pieno sviluppo della persona e all’integrazione nella comunità di accoglienza», e, pertanto decidendo per l'illegittimità costituzionale dell'art. 3, c. 1 D.Lgs. 77/2002, in relazione agli artt. 2, 3.
Stante la chiara indicazione della Corte Costituzionale, le Sezioni Unite hanno risolto il contrasto giurisprudenziale sorto tra le corti di merito, enunciando il principio di diritto innanzi indicato.
Onore al merito ai giudici della Suprema Corte che hanno espresso un principio di civiltà giuridica in tempi ragionevoli e pur in assenza di un diretto interesse della parte, ed onore anche all’Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione ed agli Avvocati per Niente Onlus, che tale giudizio hanno portato avanti con abnegazione e professionalità, esempio dell’Avvocatura che sa farsi apprezzare.

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